Forse succede così, ci svegliamo la mattina e guardiamo in silenzio lo schermo
Prima ancora di sentire la nostra presenza nel letto, prima ancora di sentire il nostro respiro, scrolliamo
Notizie, volti, grafiche e citazioni, vite che non conosciamo
Non ce ne accorgiamo ma la nostra azione di default è adesso il confronto, la continua comparazione con gli altri
Esistere oggi potrebbe non rispondere più alla domanda “chi sono?” ma rispettivamente a quella “chi vorrei essere rispetto agli altri?”
Siamo diventati follower
Non solo nel senso tecnico del termine
Seguiamo abitudini, tendenze, modelli di successo
Seguiamo persone che sembrano aver capito qualcosa che a noi sfugge
Seguiamo vite che appaiono più intense, più ordinate, più realizzate della nostra
E lentamente nel farlo smettiamo di essere noi stessi
Abbiamo imparato fin dalle aule universitarie che l’esistenzialismo del Novecento parlava di angoscia come vertigine della libertà
Oggi questa angoscia ha un volto diverso: è la sensazione di essere sempre un passo indietro, di essere sbagliati, di non essere abbastanza nell’essere stati gettati nel mondo
E come se assistessimo alla nostra vita anziché viverla per davvero
Tutto questo molto comodi dietro il nostro vetro luminoso dello smartphone
Il follower di oggi vive una dimensione apparentemente di comfort-zone: non deve esporsi, può commentare l’operato altrui o nella migliore delle ipotesi approvarlo
Può costruire la sua nuova identità in base alle preferenze e alle persone che segue
Ma questo non è scegliere davvero qualcosa
Quando scegliamo ci mettiamo in gioco in prima persona, commettiamo degli errori, ci assumiamo le nostre responsabilità, rischiamo per ciò che apprezziamo e sicuramente non siamo condizionati dalla continua performance in atto
E allora il follower preferisce stare nella terra di mezzo: né invisibile né davvero presente a se stesso
Così ci raccontiamo la vecchia storia che stiamo imparando qualcosa dai profili che seguiamo, che le persone ci inspirano a fare sempre del nostro meglio
E questa storia in parte è vera
Ma di sicuro è più vero che c’è una linea sottile tra l’inspirazione e la delega
Tra l’ascolto di noi stessi e l’imitazione degli altri
Tra il crescere per davvero e il seguire qualcosa di già confezionato
Senza dubbio la condizione di follower è rassicurante perché ci permette di smorzare le nostre responsabilità
Pensiamo: “se tutti vanno in quella direzione, deve essere quella giusta”
“Se quel modello funziona, forse sono solo io che devo adattarmi”
Così la nostra libertà si traduce in una scelta tra opzioni già predeterminate
Ma la nostra esistenza non è un menu da ristorante stellato
C’è un momento, prima o poi, in cui il rumore stanca
In cui lo scroll non riempie più
In cui ci accorgiamo che conoscere le vite degli altri non ci avvicina automaticamente alla nostra
È lì che torna la domanda originaria: cosa voglio essere, al di là di ciò che seguo?
Certo, non dobbiamo sentirci in colpa se siamo dei follower
Rappresenta una condizione piuttosto diffusa al giorno d’oggi
Non è altro che il segno di un’epoca interconnessa e iperconnessa, nonché esposta verso l’esterno di noi stessi
Ma dobbiamo prestare attenzione a questo meccanismo particolare se non vogliamo essere ingabbiati dal suo stesso processo
Una possibile soluzione a tutto questo è spegnere gli schermi
Riassaporare la propria libertà
Sottrarsi con determinazione al confronto continuo
Sentire il vuoto senza riempirlo immediatamente
Perché un mi piace in più non ci restituirà la nostra identità
In un mondo che invita a seguire tutto quello che non ci appartiene la vera ribellione è guardare dentro se stessi e riscoprirsi ogni giorno come persone nuove
Non abbiamo bisogno dei follower per inaugurare la nostra rivoluzione personale e quest’ultima potrebbe essere per davvero una meditazione collettiva
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Noi come sempre ci sentiamo presto,
un abbraccio
Francesco
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